giovedì 1 ottobre 2009

Ale - Prima del Risveglio, la recensione di Niccolò Dagnolo

OK, ammetto di aver chiesto a Niccolò di affrontare una bella impresa: recensire il primo CD di Ale da una prospettiva che necessariamente non poteva essere imparziale. Il risultato, come potrete vedere, è assolutamente superlativo, almeno dal mio punto di vista!
NDR:Niccolò Dagnolo è scrittore, DJ radiofonico, videomaker e fotografo, ha collaborato e sta tuttora collaborando alla realizzazione degli spettacoli realizzati dall'Associazione Culturale 31 Aprile.

LA RECENSIONE

Mi dispiace. Non sempre è facile ammettere un proprio limite o una propria debolezza ma trovo che in certi momenti, mettere di fronte al proprio imbarazzo una debolezza o un limite, diventi un modo per tentare di accalappiarsi l’approvazione di chi si aspetta da noi una prova di fiducia.

E francamente non lo so; non so se sia questo il caso.

Non so se l’anteporre un’evidente difficoltà nell’esprimere un giudizio diventi per me un modo per chiedere scusa del fatto che non mi sento all’altezza del compito oppure se non sia semplicemente un modo per svicolarmi dal fatto che l’affetto e l’oggettività, difficilmente, trovo che possano andare d’accordo.

Un po’ come quando senti che qualcosa ti appartiene ma non sai spiegare esattamente perché; come quando ti ritrovi a cullare il figlio delle persone più care e nei suoi occhi ritrovi il loro sguardo.

La verità è che nessuno, nemmeno sotto il peggior ricatto morale che possiate immaginare, potrà mai costringermi ad ammettere che sarò obiettivo. Semplicemente non posso farlo; intendo la faccenda di essere obiettivo, magari a tratti distaccato, sinceramente inflessibile. Non posso farlo perché semplicemente non sarei onesto con me stesso e questo toglierebbe quel grado di onestà intellettuale che comunque non potrei più recuperare. E così sarei daccapo, non so se mi spiego: la celebre storia del celebre gatto che si morde la celebre coda.

Quindi non sarò affatto obiettivo.

Ma sarò onesto e in tutta onestà mi rendo perfettamente conto che questo mio commento a Prima del risveglio non sarà una recensione. Potrà diventare un commento a margine di un ascolto; magari un abbraccio ad un’artista che ammiro; semmai un ringraziamento ad una coppia di compagni di viaggio. Ma queste mie parole, se vogliamo dircela tutta, non potranno essere una recensione.

Non sarà una recensione anche perché, siamo sinceri, non ne ho le competenze.

Come buona parte di noi, anch’io da ragazzino ero uno di quelli che sfogliava le riviste di attualità e spesso mi soffermavo tra le pagine della cultura a leggere le recensioni dei dischi in uscita. Ho sempre stimato quei critici musicali, chiunque essi fossero. Amavo perdermi tra i sacri sospetti di un arrangiamento poco curato e le assolute certezze di un rimando a qualche altro brano che avesse ispirato quel determinato pezzo o quel particolare album.

Ammiravo il gergo di quelle recensioni, soprattutto. I termini con cui venivano etichettati certi brani o certi influssi oppure certe correnti musicali. Mi perdevo in parole come post-bong-rock a tinte new wave che non ho mai capito che significasse; oppure mi incuriosivo quando comparivano certi fantomatici precursori del funky jazz della rinnovata east cost; oppure ancora quando scoprivo che esistevano l’ambient trip-pop o la progressive techno dance.

Non c’ho mai capito granché, di quelle recensioni. Ma sta di fatto che quei cd, quasi tutti, li avrei comprati e ascoltati solo per scoprire cosa volessero dire quelle definizioni così apparentemente complicate ma sicuramente affascinanti.

Alla fine ho sempre pensato che un critico musicale fosse una sorta di esperto di vini. E che saper ascoltare un disco musicale per poi esprimerne un giudizio, in fondo, non fosse così distante dal saper stappare una bottiglia di vino, versarne una porzione nel bicchiere giusto e saper dire di cosa si tratta.

Questione di codici comunicativi, direbbe il buon De Saussure tentando di spianare la strada ai primi vagiti di semiotica.

Ma io non sono un critico musicale. E non sono nemmeno un assaggiatore di vini (forse dovrei essere un comunicatore ma questa è un’altra faccenda). Per me in linea di massima esistono una mezza dozzina di tipologie di vino: i bianchi, i rossi, i rosati, gli spumanti, i barricati e il Tavernello. Che poi potrei riassumerli in: vini buoni, vini meno buoni, quellichepiaccionoame e il Tavernello.

E più che di codici comunicativi qui si tratta di buon senso: nel corso di un viaggio complicato, quale è la vita, credo che uno dei segreti sia quello di capire cosa per ognuno di noi è buono e cosa non lo è. Magari senza perdersi in troppi orpelli e in troppe definizioni.

Per la musica è più o meno la stessa cosa.

Esistono il pop (in cui suppongo di far rientrare la maggior parte della musica prodotta nel secondo dopoguerra), il rock (quella che va su Virgin Radio), la melodica (quella che generalmente proprio non riesco ad ascoltare), il jazz (quella che conoscono solo in pochi), l’opera (quella che devi avere davvero voglia di ascoltarla) e quella truzza (intesa come quella che va forte in discoteca).

Eppoi per me esiste un altro tipo di musica.

Esiste la musica che ascolto e che mi piace e che spesso non ha una definizione specifica. Quella che considero essere la mia musica; quella a cui in realtà non voglio dare una definizione, su cui non riesco ad esprimere giudizi.

Come la musica di Alessandra e Andrea. Come quest’ultimo disco, Prima del risveglio, che è un disco che mi piace. Che secondo me è bello. Bello e basta.

Un disco a cui voglio bene per diversi motivi.

Perché mi ritrovo nei testi, soprattutto; perché mi ritrovo nelle armonie e negli arrangiamenti, anche. Perché Tutto torna è un pezzo che ascolto in continuazione; perché le parole di Cassandra vorrei poterle aver scritte io; perché con Smarrita chiudo gli occhi e mi commuovo e va bene così.

Perché non ho bisogno di ascoltarlo, questo disco, per sentirlo. Perché quando l’ascolto non ho bisogno di concentrarmi per lasciarmi cullare dalle sue parole e dalle sue musiche; perché quando lo sento ritrovo parti di Andrea e molto di Alessandra ed è come tornare in un luogo in cui sto bene.

Perché questo disco, oltre a portarmi in un luogo a me caro; oltre a parlarmi di due persone per me speciali; questo disco parla di me. E mi porta in un luogo a cui non posso rinunciare: proprio qui, al confine tra il cervello l’anima e il cuore. Quel posto che non sai descrivere, su cui non riesci ad esprimere giudizi.

Perché quel luogo è la parte più profonda di me. E questo disco parla di me.

Spero che possa fare altrettanto con voi.

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